Il dropshipping è un modello di vendita online che ha attirato l’interesse di molti freelance, microimprese e giovani imprenditori digitali.
Il motivo è semplice: consente di avviare un’attività e-commerce senza gestire un magazzino e senza anticipare l’acquisto della merce.
Il funzionamento è noto: il venditore promuove e vende un prodotto tramite un sito o un marketplace, ma la spedizione viene effettuata direttamente dal fornitore (spesso estero) al cliente finale.
Un modello snello, con costi fissi ridotti e buona scalabilità. Oggi esistono numerose piattaforme specializzate che facilitano l’integrazione tra il gestionale e-commerce, il catalogo prodotti e il fornitore.
Ma accanto ai vantaggi, ci sono anche obblighi e responsabilità da conoscere bene. Aspetti fiscali, doganali e contabili che non possono essere trascurati, soprattutto se si lavora con fornitori esteri.
I vantaggi operativi ci sono, ma non bastano
Dal punto di vista organizzativo, il dropshipping offre benefici concreti, specie per chi è all’inizio:
- non serve disporre di un magazzino fisico
- l’investimento iniziale è ridotto (si paga il prodotto solo dopo aver ricevuto l’ordine)
- è possibile scalare facilmente il volume di vendite
- le piattaforme digitali semplificano la gestione tecnica e logistica
Questi vantaggi, però, non esonerano dalla gestione fiscale: chi lavora in dropshipping è comunque un operatore economico e deve rispettare regole precise, anche se l’attività è piccola o appena avviata.
Dogana, IVA e reverse charge: i punti da monitorare
1. La questione doganale
Se il fornitore è extra-UE e la merce arriva direttamente al cliente finale, può sembrare che il venditore non debba occuparsi di nulla.
In realtà, la responsabilità fiscale resta in capo al soggetto italiano che vende.
Se la merce entra in Italia, deve essere sdoganata in modo corretto e l’IVA all’importazione va versata. Il fatto che il fornitore “pensi a tutto” non solleva il venditore da eventuali contestazioni in caso di controlli.
2. Gli acquisti di beni da fornitori UE
Se il fornitore ha sede in un Paese dell’Unione Europea, l’acquisto rientra tra gli acquisti intracomunitari. La fattura arriva senza IVA, ma va integrata con l’aliquota italiana tramite il meccanismo del reverse charge (inversione contabile).
Questa integrazione va registrata sia tra gli acquisti che tra le vendite. Un’operazione apparentemente semplice, ma che va eseguita correttamente. In alcuni casi (es. contribuenti in regime forfettario) questa integrazione comporta il versamento dell’Iva non addebitata o che sarebbe dovuta essere addebitata.
3. L’errore di applicare il forfettario senza valutazioni
Molti aprono Partita IVA in regime forfettario, attratti dalla semplicità e dalla tassazione ridotta. Ma il dropshipping è un modello con margini ridotti, in cui non poter detrarre l’IVA né i costi reali può diventare penalizzante.
In più, il forfettario non esonera da obblighi come:
- il versamento dell’IVA su acquisti intracomunitari;
- la compilazione del quadro RW in caso di saldi o conti esteri (es. PayPal);
- l’adeguata tenuta documentale, anche per vendite a privati esteri;
- al superamento di una determinata soglia, il versamento dell’IVA nei paesi UE di cessione dei beni.
Il falso mito dei 5.000 euro
Il dropshipping non è una “prova” o un’attività occasionale: è un’attività strutturata, con un sito, campagne pubblicitarie e processi automatizzati.
Una convinzione ancora diffusa è che sotto i 5.000 euro di incassi non serva aprire Partita IVA. È un errore.
Quella soglia riguarda solo alcuni obblighi previdenziali, non quelli fiscali.
L’obbligo di aprire la Partita IVA scatta quando l’attività è abituale, organizzata e continuativa, a prescindere dall’importo degli incassi.
E il dropshipping, per struttura, rientra in questa definizione.

La gestione fiscale non è completamente automatizzabile
Molte piattaforme promettono automazioni totali. Ma la realtà, per le piccole attività, è diversa.
Non tutto può essere gestito con un clic: la parte fiscale, contabile e doganale richiede monitoraggio continuo, bisogna operare le opportune distinzioni:
- sto vendendo a clienti privati o aziende?
- la controparte è uno soggetto italiano, UE o extra-UE?
- come è gestito il flusso, la spedizione del prodotto?
Serve un’impostazione chiara fin dall’inizio e, in molti casi, un supporto professionale per evitare errori che possono rivelarsi costosi nel tempo.
Il dropshipping è un modello accessibile e flessibile, ma non è esente da regole.
Non basta un buon fornitore o una piattaforma funzionale.
Serve una gestione consapevole, soprattutto degli aspetti IVA, doganali e contabili.
Chi vuole lavorare seriamente in questo ambito deve conoscere le basi fiscali del commercio internazionale, anche se opera in piccolo.